• Lo "Schizophrenic Bulletin" è una delle riviste scientifiche più prestigiose al mondo che si occupa dello studio della schizofrenia.

    Recentemente ha dato avvio ad una sezione intitolata "Resoconto in prima persona". Si tratta del contributo di coloro che sperimentano sulla loro pelle sintomi schizofrenici e desiderano esporre osservazioni e riflessioni.

    Nell'articolo in questione Benerice Royal ci illustra la sua personale esperienza dal punto di vista dietetico e nutrizionale, supportanto le sue osservazioni con una ricca bibliografia.

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  • ESISTE UN‘EVIDENZA PER LE CAUSE BIOLOGICHE DEI DISTURBI PSICHIATRICI? GLI ESPERTI SEMBRANO DI DIRE DI NO!

    Il “Council for Evidence Based Psychiatry”, una qualificata associazione inglese che vede tra i propri membri il Prof. Peter C. Gøtzsche, direttore del “Nordic Cochrane Centre”, una delle istituzioni di ricerca più quotate al mondo, non ha dubbi: “Non ci sono note cause biologiche per nessuno dei disturbi psichiatrici, a parte la demenza e qualche raro disordine cromosomiale. Conseguentemente non esistono test biologici, quali esami del sangue o scansioni cerebrali, che possano essere utilizzati per acquisire dati oggettivi indipendenti in supporto di qualsiasi diagnosi psichiatrica”.

    Il “Council for Evidence Based Psychiatry” sostiene, sulla base delle evidenze raccolte, che attualmente esistono due principali miti riguardo all’origine delle malattie mentali: un mito è quello che cambiamenti dell’umore possono essere ricondotti ad uno squilibrio chimico, e l’altro che i geni giocano un ruolo centrale nella fase iniziale dei disturbi mentali. Il “Council for Evidence Based Psychiatry” affronta la questione in maniera scientifica e prende in considerazione gli studi di letteratura internazionale effettuati.

    Per quanto riguarda la teoria che vedrebbe in uno specifico squilibrio chimico la causa dei disturbi mentali, la conclusione è molto semplice: “Sebbene gli scienziati hanno testato la validità della teoria dello squilibrio chimico durante gli ultimi 40 anni – malgrado letteralmente migliaia di studi eseguiti – non c’è ancora un singolo pezzo di diretta evidenza che sostenga questa teoria. La teoria dello squilibrio chimico (“chemical imbalance theory”) in relazione a qualsiasi disturbo chimico è perciò priva di fondamenta e malgrado questo il credo sociale negli squilibri chimici – a causa principalmente di un efficiente sistema di marketing da parte delle industrie farmaceutiche – rimane oggi prevalente”.

    Per quanto riguarda il ruolo dei geni nella causa delle malattie mentali, il “Council for Evidence Based Psychiatry” si affida alla stessa metodologia: l’analisi seria ed obiettiva degli studi di ricerca scientifica esistenti.

    Cosa emerge dunque? Ecco le conclusioni: “Virtualmente nessun disordine psicologico o neurologico è stato dimostrato essere la conseguenza della mutazione di un singolo gene. Piuttosto si sa che tali disturbi sembrano coinvolgere alterazioni molecolari che implicano geni multipli ed i segnali che controllano la loro espressione. In altre parole, l’idea popolare che un particolare gene causa un particolare tratto mentale è stata sorpassata dalla nozione che è l’interazione tra i nostri geni e l’ambiente che alla fine ci conforma. Questo perché oggi sappiano che ci sono migliaia di molecole attaccate al nostro DNA che possono letteralmente accendere e spegnere i nostri geni. Queste molecole, o “markers epigenetici” – questo è il loro nome scientifico – di fatto si alterano e sviluppano in relazione all’adattamento del singolo individuo al suo ambiente.

    Il “Council for Evidence Based Psychiatry” afferma quindi di voler supportare la corrente ricerca biologica relativa a tutti i tratti, le emozioni ed i comportamenti umani ma chiarisce di credere nel rispetto del livello attuale di conoscenze e nella necessità di non andare oltre quello che la ricerca permette oggi di dire.

    Per ulteriori informazioni consultare il sito del “Council for Evidence Based Psychiatry”: http://cepuk.org

  • La scarsa efficacia dei cosiddetti farmaci antidepressivi nella cura dell'ansia e della depressione

    “Gli antidepressivi sono utili nel trattamento dell'ansia così come lo sono nel trattamento della depressione, cioè non molto” Sono queste le parole del Dr Irving Kirsch, direttore associato del programma “Gli studi placebo e l'incontro terapeutico” dell'Harvard Medical School di Boston, Stati Uniti, a commento di un articolo pubblicato su JAMA Psychiatry del 25 marzo 2015 ed intitolato “Reporting Bias in Clinical Trials Investigating the Efficacy of Second-Generation Antidepressants in the Treatment of Anxiety Disorders” (“Riportare gli errori negli studi clinici che investigano l'efficacia degli antidepressivi di seconda generazione nel trattamento dei disturbi d'ansia”). Il Dr Kirsch, intervistato da Medscape Psychiatry News, un rivista di aggiornamento online per psichiatri, ha affermato infatti che i risultati statistici di questo articolo scientifico mostrano in maniera molto chiara che l'ampiezza dell'effetto (“effect size”) dei farmaci antidepressivi studiati per trattare i disturbi ansiosi è risultata molto bassa, tanto che tale effetto può perfino passare inosservato a livello clinico. L'articolo consisteva nella raccolta delle valutazioni dell'agenzia del farmaco americana, la US Food and Drug Admnistration (FDA), rispetto agli studi pre-marketing di 9 antidepressivi di seconda generazione e di una ricerca sistematica delle pubblicazioni poi effettuate di questi studi nella letteratura internazionale. I risultati hanno mostrato che alla FDA sono stati presentati 57 studi dalle ditte farmaceutiche, di cui valutati con effetti positivi per gli antidepressivi 41, cioè il 72%, e negativi 16 (il 28%). Sulla letteratura internazionale solo 1 dei 41 studi positivi non sono stati pubblicati, mentre ben 7 dei 16 studi negativi non sono stati pubblicati. Inoltre in 3 dei 16 studi con esiti negativi, i risultati sono apparsi invece positivi una volta pubblicati sulla letteratura internazionale, inducendo un'ulteriore notevole distorsione circa la reale efficacia di tali farmaci. La scarsa efficacia clinica dei farmaci antidepressivi è emersa anche in una recente presentazione scientifica tenutasi all'American College of Cardiology ed intitolata “Effects of selective serotonin re-uptake inhibition on Morbidity, Mortality and Mood in Depressed Heart Failure patients” (“Effetti dei farmaci che inibiscono selettivamente la ricaptazione della serotina sulla morbilità, mortalità e sull'umore di pazienti depressi con insufficienza cardiaca”), ma fin dal 2008 sono apparse una serie di revisioni critiche che ne mettevano in dubbio il ruolo terapeutico (“Challenging Received Wisdom: Antidepressants and the Placebo Effect”, Irving Kirsch, Mcgill J Med. 2008 Nov; 11(2): 219–222). L'impressione è quindi quella che si stiano accumulando continue evidenze che pongono interrogativi seri circa il reale contributo dei farmaci chiamati “antidepressivi” nell'alleviare il disagio psichico mentre viene messo sempre di più in luce il ruolo decisivo delle grandi multinazionali del farmaco nel condizionare la modalità di comunicazione dei dati che provengono dalle ricerche scientifiche. Non va dimenticato infatti che circa il 90% degli studi sugli psicofarmaci vengono finanziati dalle stesse ditte farmaceutiche.

  • Efficacia dell'uso di Omega 3 ed Omega 6 nella prevenzione della psicosi

    Un recente studio scientifico austriaco ( http://www.nature.com/ncomms/2015/150811/ncomms8934/full/ncomms8934.html) ha dimostrato l'efficacia dell'uso di compresse a base di acidi grassi Omega 3 nella prevenzione delle psicosi. Lo studio, condotto in doppio cieco, è stato fatto su un campione di 81 partecipanti di età tra i 16 ed i 25 e tutti classificati come “ad alto rischio” per insorgenza di psicosi. Il gruppo è stato diviso in due gruppi: ad un gruppo è stata somministrata una dose di acidi grassi Omega 3 di 700mg ed Omega 6 di 480 mg per due mesi, all'altro no. I risultati hanno mostrato che il gruppo trattato con acidi grassi Omega 3 ed Omega 6 ha presentato una serie di riscontri positivi: un minor numero di partecipanti ha fatto registrare lo sviluppo di una patologia psicotica ed in generale la presenza di sintomi psichiatrici, mentre un maggior numero di partecipanti a questo gruppo ha mostrato un miglior funzionamento sociale. I risultati sono stati investigati dopo 1 anno e dopo 7 anni ed hanno evidenziato una tendenza costante nel tempo. Tutti questi dati sono risultati statisticamente significativi. L'interesse nel ruolo degli acidi grassi Omega 3 ed Omega 6 nella prevenzione della psicosi è stato motivato dal loro ruolo riconosciuto nel diminuire lo stato di infiammazione sistemica, che a sua volta è stato correlato all'insorgenza della patologia mentale. Una carenza di Omega 3 ed Omega 6 è stata inoltre riscontrata nelle membrane cellulari di pazienti che soffrono di schizofrenia. Gli autori concludono che la limitatezza del campione usato non permette di considerare il trattamento con acidi grassi Omega 3 ed Omega 6 come una cura miracolosa ed efficace in tutti i casi, ma, anche considerando che non esiste un trattamento specifico dimostrato per il trattamento dei sintomi attenuati di psicosi e che gli effetti collaterali di tali farmaci sono pressochè inesistenti rispetto a quelli degli psicofarmaci tradizionali, può valere la pena comunque provare un mese o due di terapia con questi ritrovati, verificandone poi l'efficacia.

  • TELEPSICHIATRIA, UNA BRANCA DELLA TELEMEDICINA

    Un recente articolo scientifico italiano (http://www.rivistadipsichiatria.it/allegati/00078_2005_05/fulltext/05%20300-306.pdf) ha affrontato il tema della telepsichiatria, la possibilità cioè di svolgere interventi diagnostici e terapeutici tramite sistemi di videoconferenza condotti con tecnologia web-based nell'ambito della psichiatria. Preso atto che la telepsichiatria si sta affermando, in particolar modo all'estero, nel cercare di offrire un servizio psichiatrico efficiente a pazienti che si trovano in condizioni logistiche piuttosto disagiate o che per qualsiasi altra ragione non possono recarsi personalmente dal proprio curante, lo studio si è riproposto di effettuare una serie di valutazioni psichiatriche via web e di confrontarle con l'esito di valutazioni psichiatriche effettuate con gli stessi strumenti di persona. I soggetti oggetto della ricerca sono stati 8, tutte persone affette da disturbi psichiatrici subacuti, mentre le scale di valutazioni utilizzate sono state la BPRS (Brief Psychiatric Rating Scale) e la PERPS (Panama EmeRgency Psychiatric Scale). I risultanti hanno mostrato una sostanziale concordanza tra gli esiti delle valutazioni condotte con le due differenti metodiche, supportando così i dati di letteratura che evidenziano la sostanziale validità degli accertamenti clinici condotti attraverso sistemi di videoconferenza condotti con tecnologia web-based. Data l'estrema esiguità del campione considerato, questo studio non si può comunque prestare a generalizzazioni su vasta scala e richiede di essere seguito da altri studi di portata più vasta. Il tema trattato rimane comunque di generale interesse ed lo sviluppo della telepsichiatria, branca della telemedicina, potrebbe portare ad interessanti applicazioni in futuro, tenendo presente che le consultazioni via web consentirebbero notevoli risparmi di costo, sia in quanto garantirebbero di minimizzare le spese di trasporto ed il tempo perso in attesa per i pazienti, sia in quanto generalmente le tariffe delle visite via web sono di importo inferiore a quelle effettuate di persona. Certamente l'utilizzo della telepsichiatria comporta anche degli aspetti negativi, tra cui l'assenza di un contato diretto medico-paziente, e la perdita della ricchezza di informazioni che questo implica. La telepsichiatria rimane quindi uno strumento potenzialmente utile ma che va utilizzato con discrezione.

  • L'EFFICACIA E LA SICUREZZA DEI FARMACI ANTIDEPRESSIVI NELL'ANZIANO

    Recentemente si è molto discusso nella comunità scientifica circa l'efficacia e la sicurezza dei farmaci antidepressivi in generale. Si è scoperto che l'efficacia di tali farmaci è notevolmente inferiore a quella che veniva propagandata dalle varie case farmaceutiche, che essa è quasi inesistente per le depressioni minori, che gli effetti collaterali e l'effetto placebo erano più consistenti di quanto precedentemente creduto. Questo avanzamento della conoscenza è stato principalmente dovuto all'utilizzo di una mole notevole di studi che la case farmaceutiche avevano effettuato ma mai pubblicato in quanto non coincidenti con i loro interessi commerciali. Per quanto riguarda nello specifico la popolazione anziana, due recenti metanalisi di studi randomizzati in doppio cieco (NEJM JW Gen Med Jul 15 2013 e Am J Psychiatry 2013; 170:651) hanno mostrato solo una minima efficacia dei farmaci antidepressivi in persone di più di 60 con un esordio relativamente recente di disturbo depressivo maggiore. Ancora più recentemente, nel maggio 2105, alcuni ricercatori hanno pubblicato una metanalisi Thorlund K et al. J Am Geriatr Soc 2015 May) per comparare tra loro l'efficacia e la sicurezza di alcuni farmaci antidepressivi nell'anziano: il citalopram, l'escitalopram, la paroxetina, la duloxetina, la venlafaxina, la fluoxetina e la sertralina. Per l'efficacia si è considerato il parametro della risposta parziale (almeno il 50% di riduzione dei sintomi psichiatrici). Per la sicurezza si sono raccolti una serie di dati risultati piuttosto confusi, per cui l'unico parametro di confronto che è stato possibile utilizzare è stata l'incidenza di capogiri. I risultati hanno evidenziato che solo tre farmaci – la sertralina, la paroxetina e la duloxetina – si sono mostrati per efficacia superiori al placebo mentre la venlafaxina e la duloxetina hanno evidenziato un'incidenza di capogiri superiori al placebo e la sertralina ha fatto registrare il valore più basso di tale effetto collaterale. Pur non potendo generalizzare quanto ottenuto, per le limitatezze dovute alla ristrettezza del campione considerato ed alla difficoltà di considerare una serie importanti di dati in quanto non confrontabili, la sertralina è emerso da questo studio come l'antidepressivo più indicato per la cura del paziente di età superiore ai 60 anni.

  • Il tabacco può causare le psicosi? Una revisione sistematica ed una metanalisi della letteratura corrente

    Un gruppo di studiosi del Maudsley Institute di Londra, uno dei più prestigiosi centri di ricerca psichiatrica inglesi, ha pubblicato recentemente un articolo sulla rivista Lancet Psychiatry (Volume 2, No. 8, p718–725, August 2015) che apre nuove prospettive alla comprensione del rapporto tra fumo di sigarette ed insorgenza di psicosi. Sebbene l'associazione tra fumo di sigaretta e psicosi è ben nota, le ragioni per cui le persone affette da psicosi fumano di più rispetto alla popolazione generale non sono chiare. Gli autori hanno testato diverse ipotesi. La prima, che l'utilizzo quotidiano di tabacco sia associato con un aumentato rischio di malattia psicotica sia negli studi caso-controllo sia negli studi prospettici. La seconda ipotesi, che l'utilizzo di tabacco sia associato ad un inizio precoce della malattia psicotica. Infine, che un'età precoce di inizio dell'uso di tabacco sia associato con un aumentato rischio di psicosi. Gli autori hanno anche mirato ad ottenere una stima della prevalenza di fumo in pazienti che si presentano con il primo episodio psicotico. Il metodo utilizzato per il loro studio è stato la ricerca su Embase, Medline e PsychINFO di quegli studi in cui era riportata la percentuale di fumatori tra le persone affette da psicosi, rispetto ai controlli. Questi dati sono stati analizzati dal punto di vista statistico. I risultati sono stati molto interessanti. Gli autori hanno trovato 61 studi che comprendevano 72 campioni. Nel complesso il campione totale ha incluso 14555 fumatori e 273162 non fumatori. La prevalenza di fumo nei patienti al primo episodio di psicosi è risultata del 57%. Negli studi caso-controllo, il rapporto di rischio (odd ratio) rispetto al primo episodio psicotico tra fumatori e non fumatori è di 3,22, cioè i fumatori hanno mostrato 3,22 volte più possibilità di avere un primo episodio psicotico rispetto ai non fumatori. Per quanto riguarda gli studi prospettici è stato invece calcolato un rapporto di rischio di nuovi episodi psicotici tra fumatori e non fumatori di 2,18. I fumatori quotidiani inoltre hanno sviluppato una malattia psicotica ad un'eta precoce rispetto ai non fumatori. In base a questi risultati gli autori hanno conlcuso che l'uso quotidiano di tabacco è associato ad un aumentato rischio di psicosi ed ad un inizio precoce della malattia psicotica. E quindi importante approfondire con ulteriori studi la possibilità di una correlazione causale tra tabacco e psicosi.